I numeri della violenza sulle donne con disabilità e il valore di una Convenzione

Molte donne con disabilità si sentono escluse, o meglio non tutelate dalla Convenzione di Istanbul del 2011, la Convenzione del  Consiglio d’Europa sulla prevenzione e sulla lotta  contro la violenza nei confronti  delle  donne.  Il trattato ha tre finalità, proteggere, prevenire e perseguire. Considerato che i principi di uguaglianza e di non discriminazione sono  due cardini del trattato stesso, la domanda che sorge spontanea è: come si pone la Convenzione di Istanbul nei confronti delle donne con disabilità? In modo esplicito si fa riferimento alla disabilità solo due volte all’interno degli 81 articoli e dell’allegato che compongono la convenzione. A tal proposito interviene Simona Lancioni, responsabile di Informare un’h, ente impegnato sui temi della disabilità femminile,  affermando che se ci si ferma  ad un’analisi superficiale del testo della Convenzione, si può pensare che effettivamente ci sia questa lacuna, ma  se lo si esamina  con maggiore attenzione, si capisce che tale interpretazione non è corretta.

Di recente ha pubblicato sul portale “Superando.it” l’articolo di approfondimento  http://www.superando.it/2020/01/21/la-convenzione-di-istanbul-le-donne-con-disabilita-e-il-contrasto-alla-violenza/   in cui ribadisce l’impegno e l’attenzione della Convenzione nei confronti delle donne con disabilità. <<Avendo letto la Convenzione con attenzione ho ritenuto che questa interpretazione non fosse corretta –afferma la stessa Lancioni – come dimostrano i diversi riferimenti  volti a tutelare  i bisogni specifici delle persone in situazione di particolare vulnerabilità, e la prescrizione di garantire l’accessibilità dei servizi e delle strutture della rete antiviolenza>>.  Il focus del discorso sta nell’espressione “persone in circostanze di particolare vulnerabilità” usata molte volte nella Convenzione stessa. La domanda  che si pone la Lancioni è se in questa categoria di donne rientrino anche quelle con disabilità. Lei stessa si da una risposta affermativa e sottolinea come, proprio per garantire la maggior inclusione possibile,  nel testo si parla di donne in condizione di vulnerabilità in generale, affinchè sia data loro una protezione adeguata indipendentemente da quale sia la causa della vulnerabilità stessa.

Un altro aspetto che  ribadisce l’attenzione della Convenzione di Istanbul verso le donne con disabilità è il fatto che il GREVIO (Gruppo  di esperti/e  sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa che  monitora  l’applicazione della Convenzione di Istanbul nei vari Stati)   nel rapporto sulla situazione in Italia pubblicato pochi giorni fa ha invitato il nostro Paese a  rafforzare le misure di  prevenzione per combattere la violenza nei confronti delle donne che si trovano  in una particolare situazione di discriminazione intersettorali, come le stesse donne disabili, quelle appartenenti a minoranze etniche, le donne anziane. I dati dell’Istat riguardanti  la violenza esercitata sulle donne disabili sono drammatici,  circa il 36% ha subito violenze fisiche o sessuali a fronte del 30% delle donne considerate normodotate. Il rischio di stupro è doppio, così come si alza quello di stalking. I numeri della violenza domestica,  in particolare quella psicologica, sono davvero preoccupanti, si parla del 31,4%.  Nella maggior parte dei casi chi esercita violenza su una donna con disabilità è un familiare o comunque una persona che si prende cura di lei. Spesso le vittime,  a causa di problemi mentali e/o psicologici  non si rendono neanche conto di quello che sta succedendo; o sottostanno a ogni volere, perché sono totalmente dipendenti.

Sulla Convenzione di Istanbul è intervenuta con una riflessione anche la filosofa –scrittrice Michela Marzano. In un testo recente del suo blog afferma: “E’ ormai urgente riscrivere la grammatica delle relazioni affettive. Forse però questa riscrittura deve investire anche i modi di contrastare la violenza. Forse dovremmo smettere  di concentrarci, come di solito facciamo, su una particolare  vulnerabilità alla volta, quella che conosciamo meglio, quella che ci tocca personalmente, o che riguarda persone significative solo per noi”.

Fonte: invisibili.corriere.it